Alla Biennale Arte di Venezia "Stranieri Ovunque, Foreigners Everywhere"

La 60esima edizione della Biennale Arte è già tutta nel suo titolo. Stranieri Ovunque, Foreigners Everywhere. Due parole potenti e ‘scandalose’ che spalancano scenari attuali e universi possibili.

Adriano Pedrosa firma per La Biennale una Esposizione che riflette la sua personale attitudine di studio e ricerca su cui non pesa il pregiudizio del già conosciuto. Dove la vertigine dell’ignoto è parte integrante del pro-cesso fruitivo, e lo sperdimento si fa leva efficace per individuare nuovi punti cardinali. Proprio la bussola è importante per comprendere questo cambio di pa-radigma. Pedrosa è il primo curatore della Biennale Arte proveniente dal Sud America, e quindi sa bene che gli stessi punti cardinali sono forme simboliche antropizzate, col Nord in testa – con tanto di comodo cappello – e il Sud ai piedi, tenuti scalzi manco a dirlo. Ed è pertanto che il principio guida della selezione dei 331 artisti privilegia chi non ha mai partecipato alla Esposizione. Illuminando il percorso dei Modernismi al di fuori dell’anglo-sfera. Presentando geografie dimenticate e ai confini del dettato vigente, seppure ben chiare sul planisfero.

In questa edizione la Biennale Arte presenta un nucleo contemporaneo e uno storico, con un’ampia presenza di artisti italiani della diaspora del XX secolo, i cui lavori sono esposti sui cavalletti progettati da Lina Bo Bardi per il MASP di San Paolo del Brasile. Per la prima volta un collettivo artistico indigeno dell’Amazzonia – MAHKU (Movimento dos Artistas Huni Kuin) – si prende la scena, con un intervento monumentale sulla facciata del Padiglione Centrale.

Questa edizione della Mostra ospita frammenti di bellezza marginalizzata, esclusa, punita, cancellata da schemi di geo-pensiero dominante. Così i temi cogenti della Mostra di Pedrosa, il diverso, lo straniero, il viaggio, l’inte-grazione, riverberano nelle acque sempre calme e sempre nuove della città lagunare. Ancora una volta Venezia - nei secoli culla dolce di conoscenza e comunicazione tra popoli, etnie, religioni - è la piazza naturale da cui smi-stare nuovi punti di vista e Fare Mondi - per dirla con un lessico qui di casa.

La città che ben 129 anni fa ideò la prima Biennale Internazionale d’Arte, rinnova le sue promesse di curiosità e amore di conoscenza. La Biennale - con i suoi Padiglioni Nazionali, le opere, i visitatori e gli artisti da ogni parte del mondo - era già lì, nel destino della città. Di fatto, per Venezia la diversità si è posta sin dall’inizio come condizione imprescindibile di normalità. In un processo specchiante e di confronto con l’altro da sé, mai percepito in termini di negazione. 

Un viaggio mentale e fisico di undici mesi quello di Pedrosa, fra Cile, Messico, Argentina, Colombia, Porto Rico, Guatemala, Kenya, Zimbabwe, Angola, Sud Africa, Singapore, Indonesia, Medio Oriente. Poi, infine, il ritorno in laguna per ricostruire qui la sua personale Favola di Venezia. Ovvero la sua Sirat al Bunduqiyyah. Unica - Venezia - tra le città europee ad avere sin dall’anno mille un suo nome arabo. La cui costellazione di significati fa da prodigio-so controcanto alla 60. Esposizione Internazionale d’Arte. Bunduqiyyah: diverso, meticcio, mescolanza di genti, straniero. (Pietrangelo Buttafuoco | Presidente de La Biennale di Venezia). 

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Il  titolo della 60esima Esposizione è tratto da una serie di opere realizzate dal collettivo Claire Fontaine a partire dal 2004: sculture al neon di diversi colori che riportano l’espressione “Stranieri ovunque” in più lingue, espressione a sua volta ripresa dal nome di un collettivo torinese che nei primi anni Duemila combatteva il razzismo e la xenofobia in Italia: Stranieri Ovunque. Il contesto dell’opera è un mondo disseminato di guerre e crisi di varia natura legate al movimento

delle persone attraverso nazioni, territori e confini. Si tratta di crisi che riflettono le insidie e i pericoli presentati da questioni di lingua, traduzione e nazionalità, e che a loro volta mettono in luce le differenze e le disparità governate da identità, nazionalità, razza, genere, sessualità, libertà e ricchezza. In questo panorama, l’espressione “Stranieri ovunque” assume diversi significati. In primo luogo, ovunque si vada e ovunque ci si trovi, si incontreranno sempre degli stranieri:

sono/siamo ovunque. In secondo luogo, indipendentemente dal luogo in cui ci si trova, in realtà e nel profondo si è sempre stranieri.

La Mostra presenta 331 artisti e collettivi vissuti o che vivono in e tra 80 Paesi, inclusi Hong Kong, Palestina e Porto Rico, a testimonianza di come gli artisti da sempre viaggino e si spostino per i più svariati motivi. L’attenzione principale della Biennale Arte 2024 è quindi rivolta a quegli artisti che sono stranieri, immigrati, espatriati, diasporici, esiliati o rifugiati, in particolare a quelli che si muovono tra il Sud e il Nord del mondo.

L’italiano straniero, il portoghese estrangeiro, il francese étranger e lo spagnolo extranjero sono etimologicamente collegati rispettivamente strano, estranho, étrange e extraño, ovvero al concetto di “straniero”. Il primo significato della parola “queer” è “strano”, e quindi la Mostra si sviluppa e si concentra sulla produzione di altri soggetti correlati: l’artista queer, che si muove all’interno di

diverse sessualità e generi, spesso perseguitato o messo al bando; l’artista outsider, che si trova ai margini del mondo dell’arte, proprio come l’artista autodidatta, l’artista folk e l’artista popular; el’artista indigeno, spesso trattato come straniero nella propria terra. L’opera di questi quattro

soggetti è al centro del Nucleo Contemporaneo.

Due motivi sono emersi nella ricerca e ricorrono nella Mostra. Il primo è quello dei

tessuti, esplorati da molti artisti in molteplici modi. Sono opere che rivelano un interesse per l’artigianato, la tradizione e il fatto a mano, e per tecniche talvolta ritenute altre o straniere, estranee o strane, nel campo delle belle arti. Un secondo motivo è la famiglia di artisti, molti dei quali indigeni, legati da vincoli di sangue o di matrimonio. Ancora una volta la tradizione gioca un ruolo importante nella trasmissione di conoscenze e pratiche da padre o madre a figlio o figlia, o

tra fratelli, parenti e coppie. All’interno della Mostra è inoltre presente un Nucleo Storico che riunisce opere del XX secolo provenienti dall’America Latina, dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia. Molto è stato scritto sui modernismi del Sud globale e tre sezioni presentano opere provenienti da questi territori, quasi un saggio, una bozza, un esercizio curatoriale speculativo che cerca di mettere in

discussione i confini e le definizioni del modernismo: Astrazioni e Ritratti nel Padiglione Centrale dei Giardini, e Italiani Ovunque nelle Corderie dell’Arsenale. Conosciamo fin troppo bene le storie del modernismo in Euro-America, mentre i modernismi del Sud globale rimangono in gran parte sconosciuti. In questo contesto, queste storie assumono una vera rilevanza contemporanea:

abbiamo urgentemente bisogno di imparare di più su di loro e da loro. La maggior parte degli artisti del Nucleo Storico è esposta per la prima volta alla Biennale e viene così riconosciuto un debito storico nei loro confronti.

Come principio guida, la Biennale Arte 2024 ha privilegiato artisti che non hanno mai partecipato all’Esposizione Internazionale, anche se alcuni di loro hanno già esposto in un Padiglione Nazionale, in un Evento Collaterale o in una passata edizione della Esposizione Internazionale. Un’attenzione particolare è riservata ai progetti all’aperto, sia all’Arsenale sia ai Giardini, e a un programma di performance durante i giorni di pre-apertura e nell’ultimo fine settimana della 60.

Esposizione.


 





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