Parthenope, la sirena perduta in uno spot eterno. La Napoli di Sorrentino tra bellezza patinata e vuoto narrativo
La Napoli di Sorrentino tra bellezza patinata e vuoto narrativo
di Tony Vylar
Perugia, 4 novembre 2024 - C’è un antico mito dietro Napoli, un’icona della sua origine e del suo mistero: la sirena Parthenope. Creatura marina per definizione, il suo canto melodico ammaliava i naviganti, conducendoli alla perdizione. Ma Paolo Sorrentino, nel suo nuovo film Parthenope, sembra riscrivere il mito come fosse un racconto di glamour. L'acqua è sempre presente, sì, ma è più quella di un set cinematografico: limpida, perfetta e satura di colori che, se fossero un po' più accesi, accecherebbero gli spettatori.
La sirena del mito è una creatura ammaliante, capace di generare invidia e bramosia, e la Parthenope di Sorrentino, nata dall'acqua (cinematografica), non fa eccezione. Qui però non si parla di un essere mitologico, ma di una ragazza, anzi di una donna, che attraversa la vita tra amori incerti, dolori sospesi e bellezza quasi ossessiva. Cresce in una Napoli eterna e luminosa, che non dorme mai e non smette mai di incantare. Ma questo incanto finisce per trasformarsi in una parata di cartoline, dove ogni scorcio, per quanto magnifico, diventa prevedibile.
Il film snoda la storia di Partenope come quella di una donna nata nel 1950, quasi una musa per la città, che diventa simbolo di un’epoca, di un luogo e di un modo di vivere sospeso. Eppure, invece di incarnare la complessità della Napoli del mito, la Parthenope di Sorrentino è come una fotografia vivente, sempre splendidamente illuminata, sempre immersa in un’aura malinconica ma superficiale. Le sue vicende scorrono come un racconto che non ha bisogno di una spiegazione, perché “tutto è bellezza”: la sua, quella di Napoli, e quella delle persone che la circondano, anche quando sono imperfette.
Sorrentino ci porta dentro una Napoli senza tempo, che brilla e si distende davanti allo spettatore in un reel infinito. Il passato e il presente si fondono, ma lo fanno con una leggerezza che sembra quasi paura di andare oltre la superficie. Parthenope, come figura del mito, porta con sé l’aura di un destino tragico e profondo, ma qui diventa una donna che vive tra sogni sfuggenti e il dramma di una famiglia complessa, di un’attrazione “incestuosa” che aleggia come un’ombra e la tormenta. Il risultato? Un’estetica perfetta e un po' Instagrammata che lascia Napoli intrappolata nella cornice di un quadro scintillante e privo di profondità.
E come in ogni racconto tragico che si rispetti, non manca una figura enigmatica, forse l’uomo della vita di Parthenope, forse solo una bizzarra idea, il vescovo di San Gennaro, simbolo religioso e umano che, tra un miracolo e un altro, si intreccia con la ricerca antropologica della protagonista. In una Napoli che non smette mai di brillare, Partenope cerca risposte tra sentimenti sospesi, nuovi inizi e fini inevitabili, vivendo tra persone segnate dal tempo e dai drammi quotidiani.
Con Parthenope, Sorrentino regala allo spettatore una serie di immagini affascinanti, una visione raffinata e impeccabile, ma il cuore della città resta lontano, quasi inafferrabile. Il film, nonostante la sua bellezza visiva, scivola sulla superficie e sembra incapace di andare oltre, come se Napoli fosse stata catturata in una cornice così perfetta da sembrare irreale. La Parthenope di Sorrentino ammalia, sì, ma come una sirena intrappolata nel riflesso di uno specchio troppo levigato, affascinante per lo sguardo, ma senza la voce in grado di incantare davvero.E lui lo sa, e si sa, e fa chill' ca vò!!!

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